Casa di ba
Una casa di bambola è progettabile senza scandalo da un architetto. Di essa un piccolo giocatore può impadronirsi e senza sforzo trascendere le dimensioni per identificarsi con le suppellettili, il piccolo mobilio, i piccoli abitanti. Si tende a distinguere nettamente il gioco dalla «vita vera» dimenticando per una amnesia esistenziale che lo sdoppiamento, l’uscire dal corpo, è una attività quotidiana e, anzi, necessaria di qualunque individuo si muova nel mondo. Una volta scovato questo segreto, sembra inspiegabile l’illusione della propria integrità, dell’identità circoscritta, mentre il mondo si svela abitato di tanti doppi quanti sono gli oggetti che lo popolano. Tante paia di occhi identici ai nostri (i miei sono castani) ci guardano da ogni parete, da ogni libro, tavola, sedia, telefono, porta, pilastro, asfalto, giardino, filo d’erba, ragnetto. Ognuno di essi con installata nell’intimo la nostra impalcatura di personalità. Un bambino domina perfettamente quel fenomeno che invece vede gli adulti sopraffatti.
L’architettura è l’infrastruttura di questi sdoppiamenti e si fa veicolo dell’estensione dell’io sulle cose. L’architettura di Giacometti trasporta il cinetismo vitale nella sua forma nascosta. Trapassa l’immobilità silenziosa ed è un dispositivo capace di vibrare sensibilmente di ciò che di noi serpeggia sotto l’informe. La sfera crepata sospesa su un prisma deformato è immobile e vibra di un’oscillazione supposta. Di questo movimento, la visione tattile richiama il brivido morboso e stridulo di sesso umido, inesplicato e tagliente. È forse il cinetismo immobile di una sfera sospesa che riverbera limpidamente quell’immoto mobile annodato nei fondi cerebrali. Ecco in che senso si definisce quest’opera di Giacometti un’architettura: un supporto di identificazione con lo spazio che invece che limitarsi al sostegno del processo cinetico di intervento sul nostro habitat suggerisce il moto alle nature immobili e silenziose sul piano inclinato dell’interrogativo.


