S.M. Milano 2005
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after sun sun care.
Io scrivo le cose più, raccogliere io penso con tutte le cure, io parlo e belle taccio col più della presenza ma il non si beve distillato, ed è brandelli che stesso mi fermo a io ed è stracci che lascio a marcire.
Chissà perché, per quale ragione biologica, certi rapporti umani generano dipendenza. Se sto con una persona un giorno, due giorni, tre giorni, sempre di più penso a ripetere gli incontri; e i momenti che sarebbe stato naturale passare da solo o in altra compagnia sono ore nella paura che si sia già stancata di me. Io mi dico di fare attenzione, che è insensato desiderare una presenza che non è mai stata costante ma mi pare di dover fronteggiare una sostanza chimica nel sangue che mi costringe al desiderio. Succede poi, a volte, che un rapporto riesca a costruirsi fuori dai codici e che a qualcuno si perdonino cose che a nessuno, nella legge prototipale dei rapporti, sarebbero state concesse. La promiscuità, la distrazione, la sciatteria, il disimpegno sono nel luogo comune delle liste nere ma in alcuni legami sono non solo concesse ma anche fondative del rapporto, necessarie. Sarà la bellezza che mi strega.
“Mi sono girato e ho visto un uomo disteso sul pavimento, con le braccia allungate in una posizione come quella di Gesù Cristo. Era sdraiato su uno zaino di medie dimensioni, dal colore nero e verde. Aveva gli occhi chiusi, e si vedeva una specie di sbuffo di fumo che fuoriusciva dal sacco da montagna”.
“Mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto ‘Stai bene, amico?’. Lui però mi ha ignorato, continuava a tenere gli occhi chiusi”.
“Era sbarbato e indossava un paio di jeans di marca, una maglietta blu e un berretto da baseball: un aspetto normalissimo, insomma, che gli permetteva di confondersi tra la gente. “Il sacco - ha proseguito il manager - era squarciato sul fondo, si vedevano spuntare un pezzo di una specie di tessuto in cotone, con una sostanza appiccicosa che veniva fuori. Riuscivo a scorgere qualcosa che assomigliava a una bombola pressurizzata, o forse a un tubo, e c’era un forte odore di aceto”.
“Sembrava intontito e parecchio scosso. Si è messo a sedere vicino al suo zaino, per cinque o sei secondi. Poi si è alzato ed è venuto dove mi trovavo io, lasciandolo dietro di sé insieme al cappello. Si è seduto di nuovo, questa volta nella mia carrozza, ma molto brevemente. Poi è tornato di nuovo da dove era venuto. Mentre camminava, sono riuscito a notare alcuni fili elettrici che pendevano da sotto la sua maglietta. Sembravano un po’ quelli per le cuffie, ma all’estremità riuscivo a vederne l’anima in rame”.
Questa notte alle cinque meno dieci ci sveglia un urlo come un fiotto di sangue. Nel sonno mi sono immaginato una donna accoltellata e, non capendo ancora se fossi addormentato o sveglio, mi alzo e vado verso la finestra preparato a vedere giù nel cortile una pozza di sangue e la donna che ancora urlava e si dimenava. Qualcuno parlava di chiamare un’ambulanza, quella voce ancora gridava dolore, e le teste dei vicini penzolavano dalle finestre buie per vedere. Già dalla sera pareva ci fosse in aria qualcosa di strano, quando si è scatenata una strana tempesta estiva con l’aria dell’evento che ci ha sorpresi in mezzo alla strada e ci ha costretti a ripararci sotto Porta Ticinese Medievale fra il vento e i sospiri. Intanto mi pulsava il cuore e il mal di testa nel seguire attento i passi in quella casa e per le scale, la voce smorzata che ancora si lamentava e che immaginavo ormai sulla strada dall’altra parte del palazzo ad attendere l’ambulanza. Un’ondata destabilizzante di odio che terrorizza e poi un silenzio riflessivo ma di un modo animalesco e angoscioso. Si era tutti chiusi in noi, nella paura e nel vederci in guerra gli uni contro gli altri.
Con la ragazza che condivide il balcone con noi ci rassicuravamo e ci davamo spiegazioni ma la notte interrotta ci sovrastava e poi non voleva convincersi a riprendere. Io sognavo I*., ma nell’agitazione. Ancora le urla e poi delle stupide proteste e la mattina mi sveglio a mezzogiorno come uscito da un sasso. Ho ignorato la sveglia e il programma di invitare a pranzo la sognata I*. e con la nausea. Devo mangiare qualcosa di buono e sano, mi dico, e così vado a fare la spesa, con l’aria tersa forse lavata dalla pioggia o forse perché la paura della notte mi ha reso più vividi i contrasti e i colori. Succedeva mentre pensavo che ci incamminiamo incoscienti verso l’odio reciproco, guidati da politici perfettamente incapaci di capire il senso umano dei coltelli e del sangue. Questo lo pensavo quando abbiamo deciso di tornare a letto e quando riaddormentarsi pareva dover affrontare ancora il buio in traversata, a testa bassa sapendo di non poter fare nulla alla deflagrazione improvvisa delle urla e del proprio corpo che prende a muoversi con la solida decisione dell’istinto di fuggire.
Un tempo che scaturisce senza alcun sembiante né preannuncio, che non misura alcun movimento né sembra sia venuto per questo. E che, non avendo un sembiante, di nulla può essere immagine. Un tempo che non racchiude alcun evento, che non dà segno di mutarsi in avvenire e nemmeno di proseguire uguale o di fermarsi. Un tempo solo, nascente nella sua fragrante purezza come un essere che non si convertirà mai in oggetto; divino.
Un “essere”, in qualche modo, che è una pulsazione, una presenza pura che palpita; vita. (*)
(*) Maria Zambrano, Chiari del bosco, ed. Bruno Mondadori, Milano 2004. p. 33